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Deirdre Foreman
Uno spazio dedicato alla narrazione come struttura dell'esistenza. Ogni parola è un mattone, ogni storia è una forma che combatte l'assenza.
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Pubblicato il 21/09/2026

Quando si è empatici si assorbe anche l’ossigeno di chi soffre

Non sempre si sceglie il momento in cui certe parole vengono a galla. Alcune arrivano di colpo, in giorni che ti spaccano dentro, e non importa quanti programmi o quanti articoli già pronti ci siano. Venerdì è stato così: un giorno che mi ha lasciata svuotata e in lotta con pensieri troppo grandi per essere trattenuti. Ho deciso di non soffocarli, di lasciarli riposare qualche giorno e poi portarli qui, oggi. Non perché fosse previsto, ma perché a volte ciò che brucia dentro non può restare in silenzio. Avevo in mente di iniziare un progetto molto importante per me oggi, ma sinceramente non ce la faccio, rimandarlo è l'unica soluzione, non con me in questo stato. Spero di sentirmi meglio nei prossimi giorni, e spero che - finalmente - martedì prossimo riesca a pubblicare l'articolo che ormai sto rimandando da troppo tempo. Quello che vi presento oggi, come ho scritto precedentemente, è uno sfogo - un po' caotico - scritto Venerdì, verso sera, dopo essere tornata stanchissima dal lavoro, il tempo di mangiare e stendermi sul divano, non sono riuscita nemmeno a riposare un po', ancora adesso sento lo stesso disagio che ho provato quel giorno. Dovevo scrivere, ne avevo bisogno, e non volevo che rimanesse un pensiero morente, silenzioso, inutile. Oggi non ho voglia di fare niente. Non ho voglia di scrivere, non ho voglia di guardare film o serie tv, non ho voglia di chiacchierare, non ho voglia di pensare a nulla. Non ho voglia di fare niente. Mi sento vuota, anzi no… non è la giusta descrizione. No, perché dentro di me sto provando tanti sentimenti ed emozioni che sarebbe meglio non far uscire, come i pensieri intrusivi. Eppure non riesco. Non so se definirla rabbia o disgusto, ma so che qualcosa brucia dentro di me, e vorrei piangere per quanto schifo ci sia nel mondo, e perché siamo circondati da così tanta corruzione che il male vince sempre. Non importa quanto evidenti siano le cose che ci travolgono: il male vince sempre. Mi chiedo che senso abbia stringere i denti e andare avanti, se non per rispetto verso le persone che desiderano poter andare avanti e non hanno la possibilità di farlo. Perché allora non riesco? Cosa c’è di così sbagliato in me che non riesco a gioire e godere della vita? Sono certa che in alcune cose sono maturata e migliorata, anche se solo in parte, e questo mi dà gioia. Ma in altre devo ancora capire come affrontarle e viverle. So di possedere una consapevolezza maggiore di quella di molte altre persone, eppure questo non mi aiuta davvero a migliorarmi. Solo perché sai che la droga o l’alcol fanno male, non vuol dire che smetti di berli o usarli. Quando dicono “non far sapere alla mano sinistra cosa fa la destra” penso vada bene fino a un certo punto, perché del bene dovremmo parlare di più, dovremmo urlarlo al mondo: che se vogliamo, al male un calcio in culo possiamo darglielo. Giuro, non capisco, sono così arrabbiata, stanca. Io… A volte vorrei non avere un algoritmo che mi rinfaccia di vivere male, in modo terribilmente irrispettoso verso chi la vita avrebbe voluto viverla fino alla fine. Ho il cervello che mi sta esplodendo in questo momento. Ho passato il resto del pomeriggio con il viso crucciato e l’espressione incredula, ho smesso di sorridere ai clienti, come se farlo fosse sbagliato… a un certo punto mi sono seduta, ho fissato il vuoto e non ho detto niente. Mi veniva da piangere. Qualche settimana fa è venuta a mancare una persona. Pensavano fosse suicidio o un incidente, ma era tutto talmente improbabile che una motivazione diversa doveva esserci, per forza. A quanto pare sono usciti video e audio degli ultimi istanti di questa persona, torturata e uccisa brutalmente, per poi essere buttata giù da una finestra. Alcuni hanno detto che non era ancora morta, nonostante la caduta, e l’hanno lasciata lì, tanto prima o poi sarebbe successo. Questo perché volevano zittirla, quella persona, perché sapeva troppo e aveva detto no allo schifo che il mondo ti impone. Molti, in questa faccenda, hanno pagato per insabbiare tutto, e ancora adesso stanno cercando di nascondere i fatti. Mentre guardavo tutte queste informazioni ho sentito dentro di me che la morte di questa persona, così orribile e ingiusta, rimarrà impunita. Perché ora la gente indignata ne parla, cerca di farsi sentire. Ma tra qualche giorno? Ci saranno ancora persone pronte a combattere contro questo schifo gridando “giustizia”? Quanto durerà questo grido d’aiuto? Perché sento che cadrà tutto nel dimenticatoio? E poi ci sono quelli che ne approfittano. Oh, mi fa infuriare vedere le persone che spargono disinformazione solo per qualche like e qualche visualizzazione in più, scrivendo assurdità e non aiutando affatto la gente a capire. Perché essere così ossessionati dalla visibilità, giocando con la sofferenza altrui? Mi viene da vomitare per lo schifo che c’è in questo mondo, e per la nullità che sono nel non poter fare niente per cambiare, nonostante io vorrei davvero provarci. Il fatto è che… non è vero che la vita fa schifo, perché non fa schifo! La vita non è né brutta né bella: è semplicemente la vita. Sono le persone che la rendono schifosa. E sinceramente non mi va nemmeno di chiamarli mostri o alieni o diavoli o demoni, perché sarebbe una mancanza di rispetto verso chi ha sofferto per mano loro. Sono persone che hanno fatto delle scelte volute e pensate. Non sono animali senza coscienza. Quindi basta giustificarli, non è ciò che meritano. Non meritano di morire, no: la morte è una via d’uscita, troppo semplice, troppo rapida, qualcosa che darebbe loro pace. E loro non meritano pace. Queste persone meritano di sopravvivere con addosso le ferite che hanno inflitto a chi era innocente. Meritano di vivere nel dolore costante e atroce fino alla fine dei loro giorni, ostracizzati, abbandonati, soli, indigenti. Sotto costante controllo, in modo che non possano nemmeno togliersi la vita e darsi pace da soli. Questo meritano. E lo dico sapendo che odio con tutta me stessa augurare il male a qualcuno, chiunque esso sia. Non mi piace avere questi pensieri, non mi piace augurare questo male agli altri, non mi piace sentirmi così rabbiosa da diventare crudele. Non mi piace questa negatività. E non so come sconfiggerla, perché nella mia mente c’è ancora la voce di quella persona che piange e chiede aiuto, così come le immagini di tante altre crudeltà che mi perseguitano ogni giorno. Quando si è empatici si assorbe anche l’ossigeno di chi soffre. Figuriamoci le loro lacrime.

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Pubblicato il 21/09/2026

Il rispetto vale più di qualsiasi rata.

La scorsa settimana ho vissuto un episodio che ancora adesso mi pesa addosso. Da un po’ di tempo sto cercando di cambiare, di combattere quelle abitudini malsane che mi trascino dietro da troppo tempo. Non è facile, non lo è per niente. Non sono mai stata brava a prendermi cura di me, anzi, spesso ho fatto l’opposto. Però ci sto provando, lentamente, con piccoli passi. Lo faccio perché sono stanca: stanca di essere sempre quella che non si cura abbastanza, stanca di convivere con problemi di salute che peggiorano le mie giornate. Questa volta però non lo sto facendo da sola. È grazie alla mia migliore amica, ai suoi consigli, alle sue parole che mi spingono a non mollare, che riesco a fare un passo in più. Lei mi ripete sempre cose utili, mi mostra strade che da sola non vedrei, e anche se ci arrivo lentamente, senza di lei sarebbe ancora peggio. Così mi informo. Prima di decidere qualsiasi cosa, voglio capire bene a cosa vado incontro. Perché se parti allo sbaraglio, finisci per buttare soldi e tempo, e non voglio permettermi di fare scelte avventate. Informarsi: questo è il primo vero passo. E infatti, quando qualche settimana fa sono andata al centro commerciale per incontrare la mia amica e andare insieme all’Ikea (sto cercando anche di rinnovare casa, renderla più vivibile), mi sono imbattuta in una ragazza in divisa che promuoveva la depilazione laser. Io ero arrivata troppo in anticipo, e mentre giravo senza meta l’ho vista lì, con il suo banchetto. Non volevo comprare nulla, volevo solo chiedere informazioni, e infatti mi sono avvicinata solo per farmi spiegare un po’ come funzionava. Lei è stata brava a parlare, lo ammetto. Mi ha convinta a fissare una consulenza con la loro esperta. Una chiacchierata, mi sono detta, per capire meglio. Gratis, tra l’altro. Perché no? Mi sono fidata. Sabato, giorno della consulenza, mi sono presentata in anticipo. Ho aspettato leggendo Il corsaro nero, il libro che porto sempre con me, e mi sentivo tranquilla. Poi è arrivata lei, la consulente. Dopo le solite frasi di circostanza, ha iniziato a raccontarmi dei suoi nove anni di esperienza, della storia del centro estetico, dei loro percorsi. Io ascoltavo, in silenzio, convinta che dopo sarebbe toccato a me fare domande, chiarire dubbi, raccogliere informazioni. E invece no. Da lì è iniziata la parte che ancora adesso mi fa ribollire il sangue. Quella che doveva essere una consulenza informativa è diventata un assalto. Non un confronto, non un momento per chiarire: solo un continuo spingermi ad accettare. Non ho fatto in tempo a dire che volevo solo informarmi, che lei già parlava di pagamenti, di rate, di iniziare subito. Mi ha messa di fronte a un preventivo da migliaia di euro, con la frase sottintesa che se non firmavo lì per lì, perdevo l’occasione. Io non volevo. Non potevo. E allora mi sono ritrovata costretta a giustificarmi. Non era una mia scelta: era l’unico modo per difendermi da quella pressione assurda. Ho dovuto tirare fuori cose che non avrei mai voluto raccontare a una sconosciuta: che in famiglia stiamo passando un periodo difficile, che il mio contratto scade a gennaio e non so se verrà rinnovato, che non posso certo permettermi rate da 160 euro al mese. Ho persino detto che mio padre prende mille euro di pensione, che non posso scaricare sulle sue spalle un debito del genere. E lei? Ha avuto il coraggio di rispondere: “Vabbé, in caso tuo padre paga quelle rate e poi quando hai trovato lavoro glieli ridai. Tanto sono solo 160€, non è una cifrona.” Solo 160€. Solo 100€. Solo 30€. Quelle parole mi hanno colpita come pugni. Le ha ripetute più volte, con aria di sufficienza, come se davvero fossero cifre ridicole. Ma per me non lo sono. Per me quei soldi sono la spesa della settimana, sono la differenza tra andare avanti o restare indietro. E non è finita lì. Ha continuato a insistere, a dire che mi stava venendo incontro, che 200€ non poteva nemmeno farmeli rateizzare, che stava facendo il massimo per me. E intanto il suo tono diventava sempre più fastidioso, il suo volto sempre più seccato. Come se fossi io il problema, io quella che “non voleva pagare”. E la frase che non dimenticherò mai: “A pagare devi pagare.” Come se fossi lì a chiedere l’elemosina. Non volevo sconti, non volevo favori. Volevo solo informarmi. E invece mi sono sentita umiliata, piccola, quasi colpevole di non avere abbastanza soldi per comprare qualcosa che non volevo nemmeno in quel momento. Sono uscita con un peso enorme addosso, e la giornata è andata storta fino a sera. Non solo non avevo ottenuto le informazioni che cercavo, ma avevo perso la serenità. E tutto perché qualcuno ha deciso che poteva trattarmi come una preda da chiudere a tutti i costi, senza rispetto, senza sensibilità. E qui arriva la riflessione. Perché quello che mi ha ferita di più non sono stati i soldi, ma le parole. Quando qualcuno ti dice che “30€ non sono niente”, ti sta cancellando la realtà di dosso. Perché non può sapere che in quel momento quei 30€ possono salvare la tua settimana. Non può sapere che dietro il tuo “non posso” ci sono sacrifici, ansie, paure che non osi nemmeno dire ad alta voce. La gente non ci pensa. Parla, pretende, assilla. Non riflette sul fatto che le frasi buttate lì con leggerezza possano pesare come macigni su chi le riceve. E la verità è che spesso la gente fa schifo. Perché manca il rispetto, manca l’empatia, manca la capacità di fermarsi un attimo e chiedersi: “E se al posto suo ci fossi io?” Io sono tornata a casa arrabbiata e delusa. Ma almeno una cosa l’ho capita: dire no è un diritto. Non c’è consulente, commesso, venditore o chiunque altro che abbia il diritto di farti sentire sbagliato solo perché non puoi o non vuoi comprare. E se qualcuno ti fa vergognare per questo, allora è lui a doversi vergognare.

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Pubblicato il 21/09/2026

Note dalla stanza senza un letto...

È un momento particolare per me: sto per esporre un testo che probabilmente non verrà compreso, ma voglio farlo comunque. Quello che state per leggere è un processo lavorativo e mentale a cui devo rispondere ogni volta che lo stress mi divora, quando una scadenza si avvicina o un progetto deve cominciare. Ogni santa volta. Vi propongo il caos della mia mente, in una versione quasi quieta, non troppo elaborata: stavolta perfino la mia frustrazione ha saputo comportarsi bene. Ho deciso di condividere ciò che oggi ho scritto perché sono una scrittrice, e tutti gli scrittori simili a me conoscono il loro caos. Io voglio scrivere anche di questo. Condividerlo per me stessa, perché sto sfidando i miei limiti, sto sfidando la mia timidezza, la vergogna, la vulnerabilità. Perché il caos mi appartiene, e se mi appartiene deve entrare anche nei miei progetti. Ho deciso di condividerlo perché spero di non essere sola. Spero che qualcuno mi capisca, che possa riconoscersi in queste parole e sostenere il mio percorso, in tutti i miei sforzi. Ecco a voi… il mio Caos… È ancora il due settembre, le lancette mi inchiodano alle 23 e 38, e io, condannata al tempo che scivola come veleno, ho meno di mezz’ora — e più di venti minuti, che sembrano graffi d’eternità — per scrivere un articolo che salvi questa giornata. Giornata che doveva brillare come inizio, rinascita, un grido nuovo, e invece si è sgretolata sotto il peso delle mie stesse attese. Io volevo riprendere in pugno i progetti che mesi fa, anzi l’anno scorso, mi hanno incendiato l’anima. E invece eccola, la sensazione oscura: non porterò a termine niente. Ma io voglio provarci ugualmente, voglio pubblicare prima che scocchi la mezzanotte. Non per vincere, non per convincere — solo per tastare quanta volontà, quanta febbre, quanta rovina mi resta nelle ossa. E non chiamatemi codarda, non datemi stampelle esterne come è stato suggerito: no! Io voglio tentare da sola. Voglio fallire da sola, ma con la testa in fiamme. L’anno scorso, ottobre, fu come un colpo in pieno petto. Risveglio? Illusione? Estasi? Chiamatelo come volete — non importa. Io so soltanto che quella scossa mi ha fatto aprire gli occhi sul baratro: piangersi addosso, accusare la vita, non salverà da nessun inferno, anzi: spinge più giù, giù, giù, fino al limbo dove non si è né vivi né morti, né carne né spirito, solo ombre. Ho scritto qualcosa, sì, e l’ho creduto un inizio. Forse lo è. Forse no. Ma ho pensato: perché correggere? Perché lucidare con forbici e ordine ciò che in me nasce caotico? Non è più vero, forse, mostrare una mente nuda? Una mente che salta, che zoppica, che balbetta, che s’infiamma di poesia e subito inciampa in grammatica? E allora eccolo qui: caos! strappi! stanchezza! illogicità! Questo sono io, oggi, e ve lo rovescio addosso come vino nero, perché questo è un giorno in cui nessun filo logico esiste. Perché la logica è menzogna, e io sono troppo stanca per mentire. Oggi, sì, oggi doveva essere il mio nuovo inizio. In verità, era ieri. Ma volevo dare a oggi un segno, un articolo che raccontasse la mia lotta per cambiare, per guardare la vita con occhi affamati e meno distratti. Volevo gridare anche delle ansie che mi divorano sempre agli inizi e alle fini del mese, ansie gemelle, mostri che mi accompagnano sempre ma che in quei giorni urlano il doppio e mi fanno tremare il triplo. Volevo raccontarvi il nuovo percorso che ieri ho aperto con entusiasmo — e oggi mi pare già un sentiero di spine. Ma ieri! Ieri ero esaltata, elettrica, incandescente: io che riprendo a scrivere, io che mi metto persino a progettare un intero calendario di pubblicazioni! Oh, l’entusiasmo! Quella scossa primordiale che vibra quando metti insieme un progetto, quando immagini il viaggio prima ancora di partire, quando gli appunti sono un incendio e le idee ti graffiano le mani. Ma l’entusiasmo, lo so, è un animale che muore presto: si sbriciola dopo qualche pagina, dopo qualche giorno, proprio quando il polso inizia a dolere e pensi che scrivere al PC non sia la stessa cosa. Inganno! Piccolo veleno che si traveste da innocuo pensiero. E il mio sguardo, smarrito, vaga per la stanza. Ecco i quaderni: pieni, mezzi pieni, mutilati. Lì dentro ho gettato progetti, sogni, illusioni. Tutti lì a far polvere, come cadaveri di carta. Io mi accartoccio sul divano — il divano che da anni è il mio letto, perché nemmeno una stanza vera mi appartiene. La comfort zone non è un rifugio, è un veleno che ti inietta goccia dopo goccia l’idea che non serve provare, che ogni parola scritta è inutile, che i quaderni che ho riempito negli anni non sono sogni ma cimiteri, fogli sepolti vivi sotto la polvere, monumenti alla mia incapacità di resistere all’entusiasmo che sempre arriva come febbre e sempre, sempre, sempre svanisce. Mi dice che è meglio rifugiarsi nel silenzio piuttosto che tentare ancora, perché il fallimento è garantito, assicurato, iscritto già nelle ossa, e allora che senso ha sbattere contro un muro che non cadrà? La comfort zone ti sbatte in faccia tutte le voci peggiori che conosci, le più cattive, quelle che sanno colpirti dove fa male: sei inutile, non sei nessuno, non diventerai nessuno, i tuoi sogni sono ridicoli, i tuoi progetti patetici, le tue parole sgrammaticate, i tuoi entusiasmi malattie infantili destinate a guarire da sole. Ti dice che il tempo che hai speso non tornerà mai, che non c’è più via d’uscita, che tutto è già scritto, che tutto è già morto. E tu la lasci fare, tu la lasci entrare, tu la lasci sedere accanto a te sul divano che chiami letto, e lei ti accarezza i capelli come una madre assassina che sorride mentre ti uccide piano. E allora ripeti a te stesso che è vero, che i tuoi quaderni sono stati riempiti invano, che è meglio restare nella tana, che è meglio non rischiare, che tanto non cambierà nulla, che tanto non cambierà mai. E più lo ripeti più diventa reale, più diventa concreto, più diventa pietra. È questo il caos: non un urlo liberatorio, non una corsa senza direzione, ma un silenzio che implode, un mormorio che si ripete uguale e identico… una preghiera maledetta che scava nella testa, che perfora ogni pensiero, che spegne l’aria e sostituisce il respiro con l’eco. Caos non è il disordine dei libri sul tavolo, non è la stanza sporca, non è l’ansia che ti fa battere i denti: caos è la mente che ti gira contro, che ti rovescia addosso la stessa frase cento volte fino a farla sembrare verità, è il cuore che si convince che non vale la pena nemmeno alzarsi, nemmeno provarci, nemmeno immaginare. Caos è guardare i tuoi stessi appunti e sentirli come macerie, sapere che il te di ieri ti ha tradito, che l’entusiasmo era solo un trucco ottico, una luce storta che oggi si è spenta. Caos è la voce che rimbalza e si moltiplica: inutile, inutile, inutile. Ridicolo, ridicolo, ridicolo. Fallita, fallita, fallita. Un coro che non chiede silenzio, che chiede solo resa. E allora la mente si piega, si torce, si spegne. STOP. E proprio quando sembra finita, quando il rumore dentro è insopportabile, accade uno scarto minimo, una fenditura nel muro. Una melodia che non sai da dove arrivi. Il mondo, di colpo, diventa estetico, come se un velo fosse caduto. È stato in un attimo preciso oggi, mentre lavoravo, senza cercarlo: ho alzato lo sguardo oltre le vetrate del negozio, il cielo gonfio, la pioggia che scendeva lenta, ostinata, quasi ipnotica. E io stavo bene. Stavo bene davvero. Perché la pioggia mi fa stare bene, perché la pioggia è caos che lava via il caos, perché la pioggia almeno non mente mai. Ho fallito. È quasi mezzanotte e mezza ormai, e non so nemmeno se abbia ancora senso continuare a scrivere o se sia meglio aspettare domani. Mi sono fermata. Appena l’orologio ha segnato la mezzanotte, mi sono fermata: dita sospese sulla tastiera, un nodo alla gola, il pianto che saliva ma che ho ingoiato a forza. Sapevo di potercela fare e invece sono stata lenta a pensare, troppo rapida a sbagliare. Ho fissato il vuoto troppo a lungo, ho lasciato che il tempo mi passasse addosso e alla fine… niente. È andata così. Non so nemmeno come chiudere questo post adesso. Non riesco a pensare a nulla se non al fallimento. So che se pubblicherò mi verranno in mente altre cose, so che se lo farò adesso — troppo tardi — mi ritroverò a inseguire parole sfuggite, a rincorrere quello che avrei potuto dire, e ancora una volta lo lascerò andare, come faccio con tutto quello che mi riguarda. E sono stufa. Logora. Stanca fino al midollo. Non ce la faccio più.

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Pubblicato il 21/09/2026

Rileggermi è stato come incontrare una sconosciuta. Una sconosciuta che ero io.

È partito tutto con un progetto su Wattpad: un invito a riscoprire vecchi scritti, rileggerli, riproporli. Inizialmente mi è sembrato un esercizio come un altro, un modo per rimettere mano a parole dimenticate. Ma non avevo previsto cosa avrei trovato. Sono riaffiorate pagine intere scritte da una me che avevo rimosso. Una me convinta di sapere cosa fosse giusto, cosa fosse bello, cosa fosse “degno”. Una ragazza che usava la scrittura come specchio e come palco. Che giudicava generi musicali, stili di vita, scelte altrui con la sicurezza tipica di chi vuole disperatamente essere vista. Mi sono letta mentre deridevo ciò che non capivo. Mi sono osservata mentre costruivo personaggi femminili pieni di desiderio, di fame d’amore, di bisogno di essere speciali. In quei testi si sente il bisogno struggente di essere scelta, di essere notata, di essere importante per qualcuno. Fa quasi male, rileggersi così. Ma è un male che guarisce. Perché oggi, nel 2025, qualcosa è cambiato. Non tutto, certo, ma qualcosa sì. La persona che ha scritto quelle pagine e quella che le sta leggendo adesso sono diverse. Una volta avrei rimosso, cancellato, fatto finta di nulla. Ora invece riconosco. Riconosco le fragilità, gli errori, il bisogno. E in tutto questo, riconosco anche la forza. Quella di chi, inconsapevolmente, si stava già raccontando per imparare a conoscersi. Questo è un traguardo che non credevo possibile. La consapevolezza. La capacità di guardarsi con sincerità. Di rileggersi senza giudicare, ma con affetto. Di vedere la crescita, la distanza, il cammino fatto. Non è solo un esercizio. È una rivelazione. Invito chiunque scriva a farlo: aprite quelle vecchie cartelle, riscoprite quei racconti adolescenziali, quei pensieri acerbi. Non per ridere, non per vergognarvi. Ma per riconoscere chi siete stati. Per vedere da dove siete partiti. Perché a volte, per capire davvero chi siamo oggi, dobbiamo avere il coraggio di incontrare chi eravamo ieri. E chissà, forse anche ringraziarlo.

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Pubblicato il 21/09/2026

Quando il sonno non basta: la stanchezza che non si vede

Ci sono giorni — e notti — in cui la stanchezza non si limita al corpo. Non si misura in ore di lavoro o in passi percorsi. È qualcosa di più sottile e profondo, come un’eco che vibra tra le ossa e il cuore, una nebbia silenziosa che si stende sulla mente anche quando tutto tace. È una stanchezza che non si risolve dormendo. Perché, a volte, neppure il sonno arriva. Resti lì, sdraiata nel buio, con gli occhi chiusi e il pensiero che scivola e risale, come un’onda testarda che non conosce quiete. Hai sonno, sì, un sonno immenso. Ma non riesci a dormire. Il corpo è esausto, ma la mente resta sveglia. Come se qualcosa dentro continuasse a vegliare per te, anche quando non serve più. È difficile spiegare questo tipo di stanchezza. Non la si vede. Non lascia febbre, né ferite. Eppure c’è, e pesa. Pesa tanto. Ti toglie lucidità, ti offusca la voglia, ti fa dimenticare cosa significa sentirsi leggeri. A volte è una forma di dolore che non sa parlare. Altre volte è solo un silenzio troppo grande da contenere. Spesso è entrambe le cose insieme. E in mezzo a tutto questo, può capitare di sentirsi terribilmente soli. Anche quando si è circondati da persone. Anche quando fuori il mondo continua a muoversi, e sorride, e corre. Tu ti senti ferma. E non è un fermarsi che dà sollievo. È un fermarsi che sfinisce, come se anche respirare costasse uno sforzo. Ma c’è qualcosa di potente nel riconoscere questa stanchezza. Qualcosa di vero. Ammettere che esiste. Darle un nome. E magari condividerla. Perché a volte, basta una voce che dice “ti capisco”, perché la solitudine si incrini. A volte, basta sapere che non sei l’unica a sentire il peso del mondo sulle spalle, anche quando non riesci a spiegarlo. Ed è in quei momenti — quando tutto sembra troppo — che serve qualcuno che resti. Qualcuno che non chieda spiegazioni, che non pretenda risposte. Qualcuno che stia. Come un respiro tranquillo accanto al tuo. Come una presenza discreta che non giudica. E se quella voce non c’è fuori, puoi trovarla dentro. Può essere un tuo pensiero gentile, un ricordo che scalda, o una frase letta nel momento giusto. Può essere anche questa: “Non sei sbagliata. Sei solo stanca. E passerà”. Fosse anche solo per un istante, riposa in questa verità. Tu non sei la tua stanchezza. Sei ciò che resta, anche quando tutto crolla. E io — se mi vuoi — resto qui, finché vuoi tu.

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