La scorsa settimana ho vissuto un episodio che ancora adesso mi pesa addosso. Da un po’ di tempo sto cercando di cambiare, di combattere quelle abitudini malsane che mi trascino dietro da troppo tempo. Non è facile, non lo è per niente. Non sono mai stata brava a prendermi cura di me, anzi, spesso ho fatto l’opposto. Però ci sto provando, lentamente, con piccoli passi. Lo faccio perché sono stanca: stanca di essere sempre quella che non si cura abbastanza, stanca di convivere con problemi di salute che peggiorano le mie giornate.
Questa volta però non lo sto facendo da sola. È grazie alla mia migliore amica, ai suoi consigli, alle sue parole che mi spingono a non mollare, che riesco a fare un passo in più. Lei mi ripete sempre cose utili, mi mostra strade che da sola non vedrei, e anche se ci arrivo lentamente, senza di lei sarebbe ancora peggio.
Così mi informo. Prima di decidere qualsiasi cosa, voglio capire bene a cosa vado incontro. Perché se parti allo sbaraglio, finisci per buttare soldi e tempo, e non voglio permettermi di fare scelte avventate. Informarsi: questo è il primo vero passo.
E infatti, quando qualche settimana fa sono andata al centro commerciale per incontrare la mia amica e andare insieme all’Ikea (sto cercando anche di rinnovare casa, renderla più vivibile), mi sono imbattuta in una ragazza in divisa che promuoveva la depilazione laser. Io ero arrivata troppo in anticipo, e mentre giravo senza meta l’ho vista lì, con il suo banchetto. Non volevo comprare nulla, volevo solo chiedere informazioni, e infatti mi sono avvicinata solo per farmi spiegare un po’ come funzionava.
Lei è stata brava a parlare, lo ammetto. Mi ha convinta a fissare una consulenza con la loro esperta. Una chiacchierata, mi sono detta, per capire meglio. Gratis, tra l’altro. Perché no? Mi sono fidata.
Sabato, giorno della consulenza, mi sono presentata in anticipo. Ho aspettato leggendo Il corsaro nero, il libro che porto sempre con me, e mi sentivo tranquilla. Poi è arrivata lei, la consulente. Dopo le solite frasi di circostanza, ha iniziato a raccontarmi dei suoi nove anni di esperienza, della storia del centro estetico, dei loro percorsi. Io ascoltavo, in silenzio, convinta che dopo sarebbe toccato a me fare domande, chiarire dubbi, raccogliere informazioni.
E invece no. Da lì è iniziata la parte che ancora adesso mi fa ribollire il sangue.
Quella che doveva essere una consulenza informativa è diventata un assalto. Non un confronto, non un momento per chiarire: solo un continuo spingermi ad accettare. Non ho fatto in tempo a dire che volevo solo informarmi, che lei già parlava di pagamenti, di rate, di iniziare subito. Mi ha messa di fronte a un preventivo da migliaia di euro, con la frase sottintesa che se non firmavo lì per lì, perdevo l’occasione.
Io non volevo. Non potevo. E allora mi sono ritrovata costretta a giustificarmi. Non era una mia scelta: era l’unico modo per difendermi da quella pressione assurda. Ho dovuto tirare fuori cose che non avrei mai voluto raccontare a una sconosciuta: che in famiglia stiamo passando un periodo difficile, che il mio contratto scade a gennaio e non so se verrà rinnovato, che non posso certo permettermi rate da 160 euro al mese. Ho persino detto che mio padre prende mille euro di pensione, che non posso scaricare sulle sue spalle un debito del genere.
E lei? Ha avuto il coraggio di rispondere: “Vabbé, in caso tuo padre paga quelle rate e poi quando hai trovato lavoro glieli ridai. Tanto sono solo 160€, non è una cifrona.”
Solo 160€. Solo 100€. Solo 30€.
Quelle parole mi hanno colpita come pugni. Le ha ripetute più volte, con aria di sufficienza, come se davvero fossero cifre ridicole. Ma per me non lo sono. Per me quei soldi sono la spesa della settimana, sono la differenza tra andare avanti o restare indietro.
E non è finita lì. Ha continuato a insistere, a dire che mi stava venendo incontro, che 200€ non poteva nemmeno farmeli rateizzare, che stava facendo il massimo per me. E intanto il suo tono diventava sempre più fastidioso, il suo volto sempre più seccato. Come se fossi io il problema, io quella che “non voleva pagare”. E la frase che non dimenticherò mai: “A pagare devi pagare.” Come se fossi lì a chiedere l’elemosina.
Non volevo sconti, non volevo favori. Volevo solo informarmi. E invece mi sono sentita umiliata, piccola, quasi colpevole di non avere abbastanza soldi per comprare qualcosa che non volevo nemmeno in quel momento.
Sono uscita con un peso enorme addosso, e la giornata è andata storta fino a sera. Non solo non avevo ottenuto le informazioni che cercavo, ma avevo perso la serenità. E tutto perché qualcuno ha deciso che poteva trattarmi come una preda da chiudere a tutti i costi, senza rispetto, senza sensibilità.
E qui arriva la riflessione. Perché quello che mi ha ferita di più non sono stati i soldi, ma le parole. Quando qualcuno ti dice che “30€ non sono niente”, ti sta cancellando la realtà di dosso. Perché non può sapere che in quel momento quei 30€ possono salvare la tua settimana. Non può sapere che dietro il tuo “non posso” ci sono sacrifici, ansie, paure che non osi nemmeno dire ad alta voce.
La gente non ci pensa. Parla, pretende, assilla. Non riflette sul fatto che le frasi buttate lì con leggerezza possano pesare come macigni su chi le riceve. E la verità è che spesso la gente fa schifo. Perché manca il rispetto, manca l’empatia, manca la capacità di fermarsi un attimo e chiedersi: “E se al posto suo ci fossi io?”
Io sono tornata a casa arrabbiata e delusa. Ma almeno una cosa l’ho capita: dire no è un diritto. Non c’è consulente, commesso, venditore o chiunque altro che abbia il diritto di farti sentire sbagliato solo perché non puoi o non vuoi comprare. E se qualcuno ti fa vergognare per questo, allora è lui a doversi vergognare.