È un momento particolare per me: sto per esporre un testo che probabilmente non verrà compreso, ma voglio farlo comunque. Quello che state per leggere è un processo lavorativo e mentale a cui devo rispondere ogni volta che lo stress mi divora, quando una scadenza si avvicina o un progetto deve cominciare. Ogni santa volta. Vi propongo il caos della mia mente, in una versione quasi quieta, non troppo elaborata: stavolta perfino la mia frustrazione ha saputo comportarsi bene.
Ho deciso di condividere ciò che oggi ho scritto perché sono una scrittrice, e tutti gli scrittori simili a me conoscono il loro caos. Io voglio scrivere anche di questo. Condividerlo per me stessa, perché sto sfidando i miei limiti, sto sfidando la mia timidezza, la vergogna, la vulnerabilità. Perché il caos mi appartiene, e se mi appartiene deve entrare anche nei miei progetti.
Ho deciso di condividerlo perché spero di non essere sola. Spero che qualcuno mi capisca, che possa riconoscersi in queste parole e sostenere il mio percorso, in tutti i miei sforzi.
Ecco a voi… il mio Caos…
È ancora il due settembre, le lancette mi inchiodano alle 23 e 38, e io, condannata al tempo che scivola come veleno, ho meno di mezz’ora — e più di venti minuti, che sembrano graffi d’eternità — per scrivere un articolo che salvi questa giornata. Giornata che doveva brillare come inizio, rinascita, un grido nuovo, e invece si è sgretolata sotto il peso delle mie stesse attese. Io volevo riprendere in pugno i progetti che mesi fa, anzi l’anno scorso, mi hanno incendiato l’anima. E invece eccola, la sensazione oscura: non porterò a termine niente. Ma io voglio provarci ugualmente, voglio pubblicare prima che scocchi la mezzanotte. Non per vincere, non per convincere — solo per tastare quanta volontà, quanta febbre, quanta rovina mi resta nelle ossa. E non chiamatemi codarda, non datemi stampelle esterne come è stato suggerito: no! Io voglio tentare da sola. Voglio fallire da sola, ma con la testa in fiamme. L’anno scorso, ottobre, fu come un colpo in pieno petto. Risveglio? Illusione? Estasi? Chiamatelo come volete — non importa. Io so soltanto che quella scossa mi ha fatto aprire gli occhi sul baratro: piangersi addosso, accusare la vita, non salverà da nessun inferno, anzi: spinge più giù, giù, giù, fino al limbo dove non si è né vivi né morti, né carne né spirito, solo ombre.
Ho scritto qualcosa, sì, e l’ho creduto un inizio. Forse lo è. Forse no. Ma ho pensato: perché correggere? Perché lucidare con forbici e ordine ciò che in me nasce caotico? Non è più vero, forse, mostrare una mente nuda? Una mente che salta, che zoppica, che balbetta, che s’infiamma di poesia e subito inciampa in grammatica? E allora eccolo qui: caos! strappi! stanchezza! illogicità! Questo sono io, oggi, e ve lo rovescio addosso come vino nero, perché questo è un giorno in cui nessun filo logico esiste. Perché la logica è menzogna, e io sono troppo stanca per mentire.
Oggi, sì, oggi doveva essere il mio nuovo inizio. In verità, era ieri. Ma volevo dare a oggi un segno, un articolo che raccontasse la mia lotta per cambiare, per guardare la vita con occhi affamati e meno distratti. Volevo gridare anche delle ansie che mi divorano sempre agli inizi e alle fini del mese, ansie gemelle, mostri che mi accompagnano sempre ma che in quei giorni urlano il doppio e mi fanno tremare il triplo. Volevo raccontarvi il nuovo percorso che ieri ho aperto con entusiasmo — e oggi mi pare già un sentiero di spine. Ma ieri! Ieri ero esaltata, elettrica, incandescente: io che riprendo a scrivere, io che mi metto persino a progettare un intero calendario di pubblicazioni! Oh, l’entusiasmo! Quella scossa primordiale che vibra quando metti insieme un progetto, quando immagini il viaggio prima ancora di partire, quando gli appunti sono un incendio e le idee ti graffiano le mani. Ma l’entusiasmo, lo so, è un animale che muore presto: si sbriciola dopo qualche pagina, dopo qualche giorno, proprio quando il polso inizia a dolere e pensi che scrivere al PC non sia la stessa cosa. Inganno! Piccolo veleno che si traveste da innocuo pensiero. E il mio sguardo, smarrito, vaga per la stanza. Ecco i quaderni: pieni, mezzi pieni, mutilati. Lì dentro ho gettato progetti, sogni, illusioni. Tutti lì a far polvere, come cadaveri di carta. Io mi accartoccio sul divano — il divano che da anni è il mio letto, perché nemmeno una stanza vera mi appartiene.
La comfort zone non è un rifugio, è un veleno che ti inietta goccia dopo goccia l’idea che non serve provare, che ogni parola scritta è inutile, che i quaderni che ho riempito negli anni non sono sogni ma cimiteri, fogli sepolti vivi sotto la polvere, monumenti alla mia incapacità di resistere all’entusiasmo che sempre arriva come febbre e sempre, sempre, sempre svanisce. Mi dice che è meglio rifugiarsi nel silenzio piuttosto che tentare ancora, perché il fallimento è garantito, assicurato, iscritto già nelle ossa, e allora che senso ha sbattere contro un muro che non cadrà? La comfort zone ti sbatte in faccia tutte le voci peggiori che conosci, le più cattive, quelle che sanno colpirti dove fa male: sei inutile, non sei nessuno, non diventerai nessuno, i tuoi sogni sono ridicoli, i tuoi progetti patetici, le tue parole sgrammaticate, i tuoi entusiasmi malattie infantili destinate a guarire da sole. Ti dice che il tempo che hai speso non tornerà mai, che non c’è più via d’uscita, che tutto è già scritto, che tutto è già morto. E tu la lasci fare, tu la lasci entrare, tu la lasci sedere accanto a te sul divano che chiami letto, e lei ti accarezza i capelli come una madre assassina che sorride mentre ti uccide piano. E allora ripeti a te stesso che è vero, che i tuoi quaderni sono stati riempiti invano, che è meglio restare nella tana, che è meglio non rischiare, che tanto non cambierà nulla, che tanto non cambierà mai. E più lo ripeti più diventa reale, più diventa concreto, più diventa pietra. È questo il caos: non un urlo liberatorio, non una corsa senza direzione, ma un silenzio che implode, un mormorio che si ripete uguale e identico… una preghiera maledetta che scava nella testa, che perfora ogni pensiero, che spegne l’aria e sostituisce il respiro con l’eco. Caos non è il disordine dei libri sul tavolo, non è la stanza sporca, non è l’ansia che ti fa battere i denti: caos è la mente che ti gira contro, che ti rovescia addosso la stessa frase cento volte fino a farla sembrare verità, è il cuore che si convince che non vale la pena nemmeno alzarsi, nemmeno provarci, nemmeno immaginare. Caos è guardare i tuoi stessi appunti e sentirli come macerie, sapere che il te di ieri ti ha tradito, che l’entusiasmo era solo un trucco ottico, una luce storta che oggi si è spenta. Caos è la voce che rimbalza e si moltiplica: inutile, inutile, inutile. Ridicolo, ridicolo, ridicolo. Fallita, fallita, fallita. Un coro che non chiede silenzio, che chiede solo resa.
E allora la mente si piega, si torce, si spegne. STOP. E proprio quando sembra finita, quando il rumore dentro è insopportabile, accade uno scarto minimo, una fenditura nel muro. Una melodia che non sai da dove arrivi. Il mondo, di colpo, diventa estetico, come se un velo fosse caduto. È stato in un attimo preciso oggi, mentre lavoravo, senza cercarlo: ho alzato lo sguardo oltre le vetrate del negozio, il cielo gonfio, la pioggia che scendeva lenta, ostinata, quasi ipnotica. E io stavo bene. Stavo bene davvero. Perché la pioggia mi fa stare bene, perché la pioggia è caos che lava via il caos, perché la pioggia almeno non mente mai.
Ho fallito. È quasi mezzanotte e mezza ormai, e non so nemmeno se abbia ancora senso continuare a scrivere o se sia meglio aspettare domani.
Mi sono fermata. Appena l’orologio ha segnato la mezzanotte, mi sono fermata: dita sospese sulla tastiera, un nodo alla gola, il pianto che saliva ma che ho ingoiato a forza. Sapevo di potercela fare e invece sono stata lenta a pensare, troppo rapida a sbagliare. Ho fissato il vuoto troppo a lungo, ho lasciato che il tempo mi passasse addosso e alla fine… niente. È andata così. Non so nemmeno come chiudere questo post adesso. Non riesco a pensare a nulla se non al fallimento.
So che se pubblicherò mi verranno in mente altre cose, so che se lo farò adesso — troppo tardi — mi ritroverò a inseguire parole sfuggite, a rincorrere quello che avrei potuto dire, e ancora una volta lo lascerò andare, come faccio con tutto quello che mi riguarda. E sono stufa. Logora. Stanca fino al midollo. Non ce la faccio più.